Il ponte riprende…

Mikola è nato il 4 maggio 2019. Il suo primo compleanno è stato davvero un giorno particolare, perché il 4 maggio si è resa concretamente possibile la sua venuta in Italia. Non si è trattato di un viaggio qualunque, perché il piccolo ucraino è malato di  leucemia ed ha bisogno di un trapianto di midollo osseo. In patria questo intervento non è possibile perché nel suo caso per trovare un donatore bisogna accedere alla banca mondiale del midollo osseo. Dunque la speranza è l’ospedale italiano. 

Di casi come il suo ne abbiamo conosciuti tanti, bambini kirghisi di cui si fa carico la fondazione inglese “Paul O’Gorman Lifeline”, e bambini ucraini di cui si occupa l’associazione ucraina “Tabletochki”. Ma ora siamo in un periodo particolare. L’epidemia di Covid-19 sospeso gli arrivi di tutti i bambini e ragazzi già previsti. Nel caso di Mykola ha ritardato e complicato il suo arrivo, essendo sospesi i voli internazionali, essendoci il problema dei tamponi per verificare la positività al virus, essendoci il divieto di spostamento in auto assieme a più persone, ecc.

Per fortuna ogni tanto viene organizzato un volo eccezionale da Kiev a Milano ed è stato possibile per Mikola, mamma e papà partire da Kiev e arrivare a Malpensa, dove li aspettavano un rappresentante del Consolato generale di Milano, che ha seguito da vicino la sua vicenda, e la Croce Verde di Verona, attivata dalla Protezione civile. Appena in ospedale, il cui reparto di oncoematologia pediatrica si era dato molto da fare per permettere questo arrivo, di nuovo tampone a tutta la famiglia e inizio della quarantena.

Poi, finalmente, inizieranno le cure! Con il nostro “in bocca al lupo!” al piccolino.

E’ di nuovo il 26 aprile

Riusciamo a dimenticare per un attimo il Covid-19 e lo stravolgimento che ha portato nella nostra vita, nella vita delle persone di quasi tutto il mondo? Oggi, è il 26 aprile. L’anniversario di un disastro  che pure ci chiuse in casa, ci vietò di far giocare i bambini all’aperto, oltre che di bere il latte e di mangiare i prodotti dei nostri orti. Anche allora c’era un nemico invisibile che fece il giro del mondo, seminando un numero di morti per tumori e altre malattie che non conosceremo mai.

Di Chernobyl si è parlato di recente per la miniserie prodotta per Sky e HBO, una ricostruzione assolutamente misurata, nulla di spettacolare e per questo davvero angosciante. Vale la pena di vederla, sapendo però che, andati a dormire, sarà difficile prendere sonno.

Ma per il resto di Chernobyl non si parla più. Ci hanno detto che quell’incidente era irripetibile, perché causato da una incredibile catena di incompetenze a livello dei vertici di quella che era allora l’Unione sovietica e di irresponsabilità a livello dei dirigenti del la centrale atomica. E che i ritardi con cui se  ne diede notizia al mondo e soprattutto alla popolazione ucraina e bielorussa furono dovuti alla logica di un sistema politico che non prevedeva la comunicazione degli errori. E invece nel 2011 c’è stata Fukushima. E anche delle conseguenze di quell’incidente sappiamo molto poco.

Qual è la situazione oggi? Leggiamo in un libro recente dell’ucraino Serhii Plokhy, che dirige l’Ukrainian Research Institut di Harvard, “Chernobyl. History of a Tragedy”, libro dedicato “Ai bambini dell’era nucleare”:

“Nell’aprile del 2016, quando il mondo ricordava il trentesimo anniversario del disastro, c’era la tentazione di tirare un sospiro di sollievo. Il dimezzamento del cesio-137, uno dei più dannosi nuclidi rilasciati durante l’incidente, è di circa 30 anni. E’ l’isotopo più longevo del cesio che può colpire il corpo umano per esposizione e per ingestione. Altri isotopi pericolosi presenti nel disastro hanno passato da tempo il loro stadio di dimezzamento: lo iodio-131 dopo 8 giorni, il cesio-134 dopo due anni. Il cesio-137 è l’ultimo di questo trio mortale di isotopi. Ma l’impatto dannoso dell’incidente è ancora ben lontano dall’essere finito. Con i test che rilevano che il cesio-137 attorno a Chernobyl non sta decadendo così velocemente come ci si augurava, gli scienziati credono che l’isotopo continuerà a danneggiare l’ambiente almeno  per i prossimi 180 anni, il tempo necessario alla metà del cesio per essere eliminato dall’area contaminata attraverso gli agenti atmosferici e la migrazione. Anche altri radionuclidi resteranno nella regione per molto tempo. L’emivita del plutonio-239, tracce del quale sono state trovate persino in Svezia, è di 24.000 anni.” (p.342-343)

In Ucraina un sesto degli adulti dichiara di avere problemi di salute, una percentuale significativamente più alta che nei paesi vicini. Non sappiamo quanti siano stati i casi in più di quelli registrati nei paesi vicini di leucemie e tumori alla tiroide,  alterazioni agli organi interni, danni a tutti gli altri sistemi soprattutto nei bambini. Ufficialmente, anche da parte del governo ucraino, le conseguenze sono state assai minori di quanto si temeva. Ma non è un parere condiviso da tutti, non dal prof. Yuri Bandazhevskiy, medico e ricercatore bielorusso, che da anni studia gli effetti sulla popolazione delle zone contaminate. Una sua ricerca in Ucraina, sostenuta dall’UE, è arrivata alla conclusione che i danni genetici prodotti da Chernobyl nei bambini sono trasmissibili e gravi. Non  sappiamo a chi credere.

Sappiamo però che l’energia atomica è un argomento difficile da trattare. Lo è per il governo ucraino che ha dato avvio a Chernobyl ad un progetto per una mega centrale ad energia solare, ma che ha sul proprio territorio nella regione di Zaporizhia anche la centrale nucleare più grande d’Europa, dove sono in funzione 6 reattori, dei quali 5 hanno più di 30 anni. L’Ucraina ha bisogno di energia propria per non essere presa per la gola dalla Russia, che le fornisce il suo gas, ma che le ha sottratto la Crimea nel 2014 e che continua la guerra nel Donbass suo esercito. E quella centrale produce un quinto dell’energia totale prodotta nel Paese. E l’energia atomica è difficile da trattare anche per l’OMS, che ha rapporti anche con l’AIEA, l’agenzia internazionale per l’energia atomica,  espressione soprattutto dei Paesi produttori di energia nucleare a scopo pacifico, ma anche militare.

Dunque non possiamo e non dobbiamo dimenticare. Non dobbiamo dimenticare quello che è successo a Chernobyl e non dobbiamo illuderci che la questione sia chiusa. Non solo per il plutonio e la sua emivita, ma per il materiale radioattivo che è ancora nelle viscere del reattore danneggiato. Sta lì e nessuno può neutralizzarlo. E’ un mostro che dorme.

Quasi ogni anno poi ci sono gli incendi che si alimentano dal sottobosco cresciuto nel tempo. Ardono alberi e cespugli che conservano dentro di sé gli elementi radioattivi dispersi nell’aria e nel suolo. Gli incendi disperdono con il vento la cenere radioattiva e i livelli di radioattività si alzano abbastanza da essere rilevati anche a migliaia  di Km. di distanza. In questi giorni ci sono stati ampi incendi nella zona di esclusione. Hanno impegnato centinaia e centinaia di pompieri, che non riuscivano però a domarlo. Poi è arrivata la pioggia e il fuoco non è arrivato a Pripyat e ai depositi di scorie. Il pericolo è stato scongiurato. Fino alla prossima volta…

 

 

Senza frontiere. Chernobyl e Covid-19

“Pensavamo di restare sani in un mondo malato”. Sono parole di papa Francesco. Il mondo malato è la nostra Terra ferita da uno sfruttamento economico che ne ha sconvolto ogni equilibrio.

Anche tra i tanti e talvolta discordanti pareri degli scienziati sulle cause della diffusione del covid 19, un dato di fondo sta emergendo. Non abbiamo pensato abbastanza a che cosa comportava il nostro sistema economico per la natura, siamo stati noi a preparare le condizioni per la moltiplicazione di passaggi di malattie dagli animali all’uomo.

Ci siamo dimenticati della Terra, della madre-Terra.

E tra poco sarà di nuovo il 26 aprile. Si ricorderà, forse ancora più distrattamente di quanto avvenuto finora, il disastro nucleare di Chernobyl del 1986, una delle piaghe inguaribili di cui soffre il nostro pianeta, una piaga su cui è stato messo un cerotto non essendoci medici capaci di curarla. E i 30-40 anni passati non sono che attimi rispetto al tempo di dimezzamento di alcuni elementi fuoriusciti dal reattore n. 4.

Da qualche giorno – oggi è il 18 aprile – bruciano i boschi della zona di esclusione, l’area di 30 km. di raggio nella quale la gente non ha più potuto far ritorno, evacuata in fretta requisendo tutti i mezzi pubblici e privati della vicina Kiev, 2 milioni di abitanti, a poco più di 100 km. di distanza.

Le fiamme quasi lambiscono Pripyat, la città fantasma, simile in qualche modo alle nostre città di questi giorni di pandemia senza rumore, senza voci, senza movimento, senza vita, e i depositi di materiale radioattivo. Il vento ha portato la nube radioattiva, anche se con livelli non pericolosi per la salute, su parte dell’Ucraina e non solo. Kiev ha avuto ieri il primato di città con l’aria più inquinata al mondo.

A Chernobyl, quel 26 aprile 1986, il pericolo, la morte era nell’aria e si depositava su ogni cosa, viaggiava ignorando le frontiere, i muri, i confini, facendo il giro del mondo, “privilegiando” qualche paese qua e là, e l’Italia tra quelli. Anche allora qualcuno diceva “siamo in guerra”, e qualcun altro rispondeva che il nemico in guerra lo vedi, l’esercito nemico avanza rumorosamente, la radiazione atomica no, è invisibile e silenziosa. Come il coronavirus. E la radiazone aveva le sue vittime preferite, i bambini. Così come il virus, che sceglie i vecchietti. Entrambi, prediligono, dunque, i più indifesi.

Chi sa se sapremo trarre qualche lezione dalla pandemia che ha fermato il nostro mondo. La lezione di Chernobyl non l’abbiamo imparata. 

 Per dati precisi sull’aumento della radiazioni

 https://www.quotidiano.net/esteri/chernobyl-incendio-2020-1.5111786