Perché vivere a Chernobyl?

Perché continuare a vivere a Chernobyl come fanno alcune persone molto anziane che hanno rifiutato di andarsene ai tempi dell’evacuazione o che vi sono ritornate illegalmente subito dopo?

Una giornalista americana, incaricata di fare un servizio sulle condizioni del reattore n. 4, mentre è preoccupata di finire al più presto il suo lavoro per l’intensità delle radiazioni rilevate dal suo contatore Geiger che sembra impazzito, vede  un filo di fumo uscire da una casetta in lontananza. Decide di andare a vedere chi la abita,  lì in una zona altamente contaminata, e perché, per incoscienza o per scelta. 

Parla con la vecchietta e poi con altri “samoseli” come vengono chiamati quelli come lei, che ancora vivono nella zona di esclusione. Arriva così ad una conclusione che, sullo sfondo della storia e della mentalità del popolo ucraino, è la più umanamente convincente: lì è la loro unica casa possibile, la loro unica terra possibile.

Persone, donne soprattutto, che hanno sopportato le vicende terribili della storia ucraina del Novecento – l’holodomor, la carestia artificiale che costò la vita a milioni di contadini come loro sotto Stalin , e poi  le repressioni del “grande terrore”, e poi  la feroce occupazione nazista, e poi il sistema sovietico – non fuggono davanti al nemico invisibile. E’ una loro scelta. Morire prima non conta. Quella è la loro casa, la loro terra, la loro piccola patria. 

Da guardare  www.ted.com/talks/holly_morris_why_stay_in_chernobyl_because_it_s_home?language=it

Una commemorazione particolare

La proposta dell’Associazione “Est-Ovest. Identità e integrazione” era di commemorare ai loro bambini la fine della II Guerra mondiale, l’8 maggio  – già il 9 per l’Urss -  facendo confrontare loro la bellezza e la serenità di un edificio destinato alla vita serena, cioè la villa palladiana di Caldogno, e il senso di oppressione e di paura che suscita un edificio da tempo di guerra, cioè il bunker tedesco nascosto sotto un rialzo di terra a pochi passi da quella villa.

L’abbiamo accolta con piacere, aiutando a illustrare quei due edifici e la vita che poteva svolgersi al loro interno ad un gruppetto di bambini e ai loro genitori ed insegnanti.

Con molta attenzione i bambini hanno ascoltato un brano della sinfonia di Shostakovich “Leningrad”, composta durante il lunghissimo assedio della città da parte delle truppe naziste, introdotte dalla breve spiegazione sulla importanza di non far morire l’umanità che è in ciascuno di noi.

I discorsi seri si sono comunque conclusi con una bella merenda sotto il portico delle barchesse della villa. 

Insomma, un pomeriggio significativo, a cui ha dato un valore in più proprio la presenza di persone di così tante nazionalità – ucraina, russa, moldava, bielorussa, estone, georgiana -, che vivono a Vicenza e nel Vicentino, ma che non perdono il senso della loro appartenenza a Paesi un tempo uniti, che diedero il maggiore contributo in vite umane alla vittoria contro il nazifascismo – oltre 25 milioni di morti -. 

Nessun accenno esplicito alla guerra attuale in Ucraina. Era nel cuore di tutti, ma la risposta era ed è proprio la pacifica convivenza di cui sono capaci gli amici ucraini e russi di “Est-Ovest”. Una associazione con la quale siamo sempre felici di collaborare! 


“Giornata della Memoria” 2019

Il dovere di fare memoria delle tragedie del passato riguarda anche noi come associazione culturale. Già lo scorso anno abbiamo parlato parlato della Shoah, “la catastrofe”, scegliendo di affrontare la storia di quanto avvenne a Babi Yar, una località fuori Kiev, il 29 e 30 settembre del 1941, pochi giorni dopo che l’esercito nazista ebbe occupato la città.

Quest’anno abbiamo ripreso quel tema in collaborazione con l’Accademia Olimpica, prestigiosa istituzione culturale vicentina, proponendo un incontro  di commemorazione dell‘uccisione di 33.771 ebrei ucraini avvenuta in quei due e di quelli che trovarono la stessa sorte nei due anni successivi. Continua a leggere