Senza frontiere. Chernobyl e Covid-19

“Pensavamo di restare sani in un mondo malato”. Sono parole di papa Francesco. Il mondo malato è la nostra Terra ferita da uno sfruttamento economico che ne ha sconvolto ogni equilibrio.

Anche tra i tanti e talvolta discordanti pareri degli scienziati sulle cause della diffusione del covid 19, un dato di fondo sta emergendo. Non abbiamo pensato abbastanza a che cosa comportava il nostro sistema economico per la natura, siamo stati noi a preparare le condizioni per la moltiplicazione di passaggi di malattie dagli animali all’uomo.

Ci siamo dimenticati della Terra, della madre-Terra.

E tra poco sarà di nuovo il 26 aprile. Si ricorderà, forse ancora più distrattamente di quanto avvenuto finora, il disastro nucleare di Chernobyl del 1986, una delle piaghe inguaribili di cui soffre il nostro pianeta, una piaga su cui è stato messo un cerotto non essendoci medici capaci di curarla. E i 30-40 anni passati non sono che attimi rispetto al tempo di dimezzamento di alcuni elementi fuoriusciti dal reattore n. 4.

Da qualche giorno – oggi è il 18 aprile – bruciano i boschi della zona di esclusione, l’area di 30 km. di raggio nella quale la gente non ha più potuto far ritorno, evacuata in fretta requisendo tutti i mezzi pubblici e privati della vicina Kiev, 2 milioni di abitanti, a poco più di 100 km. di distanza.

Le fiamme quasi lambiscono Pripyat, la città fantasma, simile in qualche modo alle nostre città di questi giorni di pandemia senza rumore, senza voci, senza movimento, senza vita, e i depositi di materiale radioattivo. Il vento ha portato la nube radioattiva, anche se con livelli non pericolosi per la salute, su parte dell’Ucraina e non solo. Kiev ha avuto ieri il primato di città con l’aria più inquinata al mondo.

A Chernobyl, quel 26 aprile 1986, il pericolo, la morte era nell’aria e si depositava su ogni cosa, viaggiava ignorando le frontiere, i muri, i confini, facendo il giro del mondo, “privilegiando” qualche paese qua e là, e l’Italia tra quelli. Anche allora qualcuno diceva “siamo in guerra”, e qualcun altro rispondeva che il nemico in guerra lo vedi, l’esercito nemico avanza rumorosamente, la radiazione atomica no, è invisibile e silenziosa. Come il coronavirus. E la radiazone aveva le sue vittime preferite, i bambini. Così come il virus, che sceglie i vecchietti. Entrambi, prediligono, dunque, i più indifesi.

Chi sa se sapremo trarre qualche lezione dalla pandemia che ha fermato il nostro mondo. La lezione di Chernobyl non l’abbiamo imparata. 

 Per dati precisi sull’aumento della radiazioni

 https://www.quotidiano.net/esteri/chernobyl-incendio-2020-1.5111786