“Giornata della Memoria” 2019

Il dovere di fare memoria delle tragedie del passato riguarda anche noi come associazione culturale. Già lo scorso anno abbiamo parlato parlato della Shoah, “la catastrofe”, scegliendo di affrontare la storia di quanto avvenne a Babi Yar, una località fuori Kiev, il 29 e 30 settembre del 1941, pochi giorni dopo che l’esercito nazista ebbe occupato la città.

Quest’anno abbiamo ripreso quel tema in collaborazione con l’Accademia Olimpica, prestigiosa istituzione culturale vicentina, proponendo un incontro  di commemorazione dell‘uccisione di 33.771 ebrei ucraini avvenuta in quei due e di quelli che trovarono la stessa sorte nei due anni successivi.

La presentazione del contesto storico della presenza degli Ebrei in Ucraina e in generale nel Centro-Est Europa, la poesia “Babi Yar” di Evtushenko, la storia della sinfonia n. 13 di Shostakovich, le danze – ebraica, zingara, ucraina -, le testimonianze, il punto sulla memoria attuale dell’eccidio si sono susseguite nella intensa mattinata grazie alla partecipazione della slavista Giovanna Brogi, dell’attore e regista Roberto Cuppone, del gruppo di danza dell’associazione “Ucraina Insieme”, delle studentesse Martina Magrin e Sofia Gleria del Liceo scientifico “Quadri”, di Andrii Omelianiuk di Kiev. Il presidente dell’Accademia, Gaetano Thiene, ha introdotto l’incontro ricordando i luoghi noti dello sterminio cui il nome di Babi Yar va ad aggiungersi. La presidente della nostra associazione, Francesca Lomastro, ha collegato i vari momenti dell’intenso e coinvolgente evento di commemorazione, che ha voluto essere anche un monito a tutti noi a fare in modo che il progetto disumano di cancellazione di un popolo non abbia mai più a presentarsi. 


E questo è il nostro articolo apparso sul “Giornale di Vicenza”:

“Mauthausen in Austria, Dachau, Buchenwald, Bergen-Belsen in Germania, Auschwitz, Treblinka in Polonia. Sono solo alcuni nomi, i più noti, dei campi nei quali vennero concentrati e poi sterminati gli Ebrei dell’Europa occidentale occupata dai nazisti. E ad Est, su quel fronte orientale su cui si decisero le sorti della guerra che cosa ne fu degli Ebrei? In Ucraina, così come in tutte le repubbliche sovietiche più occidentali la presenza degli Ebrei era molto più consistente che in Occidente. Non era necessario concentrarli prima  di sterminarli.  Nel loro caso l’eliminazione poteva avvenire praticamente sul posto. L’avanzata tedesca si lasciò dietro un territorio disseminato di fosse comuni in cui giacevano decine o centinaia di Ebrei. E’ quella che è stata definita “la Shoah delle pallottole”, delle fucilazioni.

Nella velocissima avanzata dell’esercito del III Reich sui territori dell’Unione sovietica, iniziata nel giugno del 1941, uno degli obbiettivi più importanti era l’Ucraina, che Hitler voleva occupare subito per avere a disposizione il suo grano e la sua industria pesante. Kiev, la capitale, cadde il 19 settembre dopo una strenua resistenza, con centinaia di migliaia di soldati presi prigionieri. Bastarono una decina di giorni al comando tedesco della città occupata per decidere ed organizzare il massacro degli Ebrei della città.

Babi Yar  – o Babyn Jar, in ucraino  -, è una fossa comune, di dimensioni gigantesche. Vi trovarono la morte in totale circa 100.000 persone. Di queste le prime 33.771 erano Ebrei della città di Kiev uccisi in due giorni, il 29 e il 30 settembre. Altre decine di migliaia di Ebrei seguirono nei giorni successivi e fino alla fine dell’occupazione, assieme a rom, prigionieri sovietici, partigiani, nazionalisti. Ad essere uccisi furono soprattutto donne, bambini, vecchi. Furono incolonnati e condotti sul luogo del massacro, come se non fossero esseri umani. Spogliati, fatti arrivare sul bordo del vallone, fucilati in gruppi successivi, in modo che i loro corpi si ammucchiassero gli uni sugli altri. Una attività estenuante e sconvolgente persino per molti che la eseguirono.

Fu probabilmente il più grande massacro di Ebrei di tutta la guerra. Quando l’esercito tedesco volse in ritirata, prima di lasciare precipitosamente il Paese, i responsabili cercarono di cancellarne le tracce, in realtà senza riuscirci. Eppure il silenzio cadde su Babi Yar anche da parte sovietica, perché nella logica della Grande guerra patriottica, che era costata più di 25 milioni di cittadini sovietici morti tra militari dell’Armata Rossa e civili, quelle vittime ebree non dovevano  avere un rilievo particolare.

Per 20 anni il silenzio, quasi totale, anche oltre il periodo stalinista. Poi la musica di Shostakovich e i versi di Evtushenko agli inizi degli anni sessanta ruppero il silenzio, un silenzio, una cancellazione della memoria che è un crimine esso stesso.

Tra i 6 milioni di Ebrei spariti nella bufera della Guerra, nella “disgrazia”, nella Shoah, possiamo ora commemorare anche le vittime ucraine ebree di Babi Yar, il cui eccidio, frutto di una dottrina mostruosa,  sta  arrivando lentamente anche alla conoscenza diffusa.”